Nel mese dedicato alla commemorazione di tutte le vittime di mafia e nel trentennale dalla scomparsa di Francesco Marcone, sabato, 15 marzo, noi alunni della Dante abbiamo ospitato per un’intervista Paolo, suo figlio. Francesco Marcone, detto Franco, direttore dell’Ufficio del Registro di Foggia, ora Agenzia delle Entrate, fu ucciso dalla mafia il 31 marzo del 1995. Attraverso le parole di Paolo vorremmo riflettere sul coraggio e sulla resilienza di chi ha vissuto in prima persona il dramma della criminalità organizzata e ricordare, a trent’anni dalla sua scomparsa, un uomo che ha sacrificato la propria vita per i suoi ideali, ma anche il percorso di una famiglia che ha trasformato il dolore in una battaglia per la giustizia e la memoria.
Come avete scoperto quello che era successo quel 31 marzo 1995?
<<In quel periodo si usava lanciare i petardi nei portoni dei palazzi e abbiamo pensato che ci fossero dei ragazzi a giocare sotto casa confondendo il rumore degli spari con quello dei petardi. Ad un certo punto sentii che mia sorella aveva riconosciuto nostro padre dalle scarpe>>.
Dove abitavate?
<<Abitavamo nei pressi di Corso Roma, zona centralissima di Foggia>>.
Come si è sentito dopo la notizia della morte di suo padre?
<<Ero sconvolto, senza parole. Non eravamo a conoscenza della situazione che stava vivendo con la mafia. Certo, sapevamo delle rapine a mano armata che aveva subito, ma mai ci saremmo aspettati di perderlo per colpa della mafia>>.
Come mai non si è ancora a conoscenza del vero assassino?
<<Perché, come ho detto prima, nonostante l’esecuzione era avvenuta in una zona centrale, le persone che erano lì non hanno voluto collaborare dicendo di non aver visto nulla. Però la colpa è anche un po’ della polizia che non si è impegnata molto per trovare il colpevole>>.
Quanti anni aveva quando c’è stato l’assassinio di suo padre?
<<Avevo 22 anni e non avevo idea che, per conservare sempre vivo il ricordo di mio padre, avrei svolto il suo stesso lavoro>>.
Ha mai pensato a vendicarsi?
<<Ho avuto sempre e solo il desiderio che i colpevoli venissero assicurati alla giustizia>>.
Cosa prova sapendo che i responsabili non sono mai stati trovati?
<<Provo tanta rabbia, non tanto per coloro che hanno compiuto il gesto ma per chi ha deciso che mio padre doveva morire>>.
Come avete reagito negli anni successivi?
<<Anche se abbiamo provato tristezza e dolore, io e mia sorella ci siamo dati forza e abbiamo affrontato il dolore uscendo e raccontando la nostra storia ovunque, anche nelle scuole. Infatti, come ho fatto oggi, mi piace cominciare gli incontri scrivendo sulla lavagna la frase del giudice Caponnetto che dice: “La mafia teme più la scuola che la giustizia”. Voi sarete gli adulti di domani, non dimenticate di impegnarvi nello studio, così la mafia non potrà usarvi>>.
Chi vi è stato più vicino in questi 30 anni?
<<In quel periodo si parlava poco di mafia, eravamo molto soli. Un gruppo di docenti ci sostennero molto, nacque il Comitato Marcone e poi diverse di loro formarono il gruppo Libera di Foggia, con cui negli anni abbiamo collaborato spesso e con cui proviamo a sensibilizzare la città, a fare memoria. Diversi passi avanti sono stati fatti, Foggia non è la stessa del 1995>>.
Gli alunni di 2L e 3L.