29 Gen 2026, Gio

UN POMERIGGIO NELLA REDAZIONE DEL CORRIERE DELLA DANTE

IMG 20260121

Da Sara Pacella, blogger e giornalista: cronaca di un pomeriggio di studio con il Club della scrittura della Dante Alighieri

Non potevo immaginare che al piano rialzato di via Leone XIII mi stesse aspettando una sorpresa. Quella sorpresa ha il volto di 15 ragazzi e ragazze di circa 12 anni, la classe I F della Scuola media Dante Alighieri di Foggia.

 

L’appuntamento è fissato alle 14.30 ed io mi presento puntuale: la pioggia di questa ondata di maltempo, annunciata su ogni canale e pagina web nei giorni scorsi, non rallenta affatto il mio tragitto. Sarà stata la mia ossessione per la puntualità (non sarebbe mica male come insegnamento per i più piccoli!) o semplicemente la mia impazienza di conoscerli?

Il programma prevede di raccontare la mia passione, il giornalismo. Le premesse ci sono tutte.

Ma la mia intensa curiosità si smorza all’ingresso dell’aula, piccola ma ospitale, pareti verdi, luce al neon e un vociare ritmato, ma delicato.

In quel momento, mi assale un senso di indiscrezione: sto interrompendo gli ultimi ritocchi alla loro scaletta e me ne accorgo da un’esuberanza che percepisco nell’aria.

 

“Sara, abbiamo pensato a delle domande da rivolgerti, sono state scritte proprio da loro”. (L’intuizione era giusta, penso!)

Il prof. Andrea La Porta, docente di italiano, mi accoglie così e io, dopo aver riposto giaccone e borsa da lavoro su uno dei banchi in prima fila (ah, che nostalgia!) mi lascio intervistare, non prima di aver timidamente detto “Ma siete proprio sicuri?”. Il sì è unanime.

 

Il club della scrittura della I F è pronto a scrivere, insieme a me, un nuovo articolo per il Corriere della Dante, il blog della scuola.

Otto le domande sugli appunti degli aspiranti giornalisti e giornaliste, ma moltissime quelle ‘fuori onda’: la conversazione prende subito, e inevitabilmente, una strada piacevole, un dialogo incessante e incentrato sulla mia professione, sul blog che ha da pochissimo subito un restyling. Segno – spiego – che ne ho particolarmente cura e che lo nutro di attenzioni, anche estetiche, non solo dal punto di vista dei contenuti.

Racconto loro, con un evidente entusiasmo (il sorriso che ho stampato sul volto lo svela chiaramente) che un blog non è solo un posto dove scrivere, ma uno spazio da progettare pensando a chi legge. Gli articoli? Devono essere chiari e i titoli devono saper incuriosire senza ingannare, mentre le immagini devono essere autentiche. La fruibilità di ciò che si legge, ho spiegato, è una forma di rispetto.

Tra tutti noi si instaura subito un feeling, con uno scambio vivace di battute, da vero e proprio salotto televisivo: gli occhi della piccola platea che ho di fronte brillano, le bocche divorano concetti, tips e conoscenza, le penne che stringono tra le mani si muovono velocemente sui quaderni. Io osservo con una felicità addosso che non saprei descrivere adesso. Già, non avrei mai immaginato che quello che nasce come il sogno di mio nonno materno un giorno avrebbe potuto ispirare e solleticare di curiosità così tanti giovani. Matilde, Serena, Giorgia L e Giorgia S mi travolgono di domande, quasi impossibile frenare i loro continui stimoli a una conversazione che diventa sempre più familiare, poi Giulia, la studentessa spigliata che senza esitazione risponde alla domanda della regola delle 5 W, pilastro del giornalismo, Vincenzo il più curioso, Edoardo, Francesco e Michelangelo gli autori della bozza di questo articolo, e poi Angelica, Samuele, Benedetta, Luis e Samuel, impegnati a ricoprire altri ruoli in questo laboratorio di scrittura.

 

Quell’incontro finisce dopo due ore.

 

A casa ho il compito di rifinire questo testo nato in classe.

Eh si, ricordo tutti i loro nomi.

Come non dimenticherò mai il modo in cui mi hanno ascoltata. Lo sguardo fisso su quei quaderni sulle cui pagine avevano disegnato la loro attività pomeridiana con me: una lista di domande, una colonna per gli appunti, una riga per le correzioni in corso d’opera.

Lo confesso, avevo il timore di non catturare la loro attenzione, ma è stata una falsa preoccupazione.

Quel giovane pubblico mi ha accolto con partecipazione vera, con quella curiosità sincera che appartiene solo a chi non ha ancora smesso di fare domande. In quell’aula al piano terra di un complesso condominiale al Rione Martucci ho avuto la sensazione che il tempo si fosse fermato.

Perché, come scriveva Antoine de Saint-Exupéry, “Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano”.

Quel pomeriggio, grazie a loro, io me ne sono ricordata benissimo.

 

Sara Pacella